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Un anno con l'ABC
"Un anno con l'ABC" di Rosella Giuliani
“Nonostante siano trascorsi molti anni da quando ho cominciato a lavorare
con i bambini e con i ragazzi con handicap in contesti diversi, continuo
a cercare di comprendere, oggi come psicologa e psicoterapeuta infantile,
ciò che accade all'interno della relazione tra i genitori e il loro bambino
quando questo nasce con una patologia annunciata durante la gravidanza,
alla nascita o nel corso della sua vita.
La mia curiosità professionale e ricerca personale, quasi due anni fa, mi
ha portato a trascorrere qualche ora alla settimana nel reparto di neonatologia
dove ho cominciato a raccogliere le storie dei genitori riguardo la nascita
del loro bambino e i suoi problemi. Nei loro racconti era sempre molto vivo
e doloroso l'annuncio della patologia del neonato che costituiva un trauma
difficile da elaborare e a volte perfino da riconoscere.
Avvertivo l'urgenza di riuscire ad accogliere questo tipo di dolore e la
necessità di costituire uno spazio e un tempo speciale sia prima che al
momento della nascita affinché i genitori potessero essere aiutati a riconoscere
l'esistenza di una discrepanza tra le loro aspettative e la realtà presente
per riuscire a parlarne e a integrarla nella propria mente.In quel periodo
ho incontrato l' “Associazione Bambini Chirurgici del Burlo”; nelle intenzioni
dei due genitori, fondatori dell' Associazione e alcuni collaboratori volontari,
ho ritrovato lo stesso mio progetto ed è proprio per questa condivisione
immediata che mi piace dire che il nostro è stato davvero un “buon incontro”.
Un anno fa, quindi, è nato il progetto “ Uno spazio per i genitori di bambini per i quali è stato previsto un intervento chirurgico in età prenatale, perinatale o a seguito di malformazioni con handicap”.
Dopo le prime settimane di lavoro, ci siamo accorti che il progetto non
si fermava ad un reparto soltanto, quello della chirurgia ma seguiva il
bambino e i suoi genitori attraverso i vari reparti, oltre le porte e i
corridoi.
La storia di queste famiglie comincia spesso nel reparto di patologia ostetrica,
quando viene individuata o confermata una malformazione; questo momento
costituisce un trauma per i genitori che si trovano ad affrontare il tempo
della gravidanza con una forte angoscia. La presenza dello psicologo accanto
all'ostetrico, il chirurgo e a volte al neonatologo, offre la possibilità
di riconoscere la paura, la rabbia e tutti quei sentimenti legati al trauma
e che devono essere elaborati per garantire una crescita serena del bambino
e di tutta la sua famiglia.
Seguo così la storia del bambino attraverso i reparti; il percorso comincia
in patologia ostetrica per proseguire in ostetricia e ginecologia quando
la mamma viene ricoverata prima del parto, alla nascita del bambino, poi,
incontro i genitori nel reparto di neonatologia e nei mesi successivi seguo
la loro storia in chirurgia (comprendendo tutto il dipartimento), spesso
in rianimazione e in clinica pediatrica.
Questa parte del progetto, che segue i genitori e il loro bambino fin dall'inizio
della sua storia richiede due terzi del mio tempo e mi coinvolge e interessa
sempre più.
Per tutto il tempo che trascorro con i genitori durante l'ecografia e il
counseling, posso assistere concretamente ai movimenti impercettibili e
rapidi che la mamma e il papà fanno cercando di non illudersi per riuscire
ad avere sempre la speranza che il loro bambino possa riuscire a sopravvivere.
Nella struttura di Diagnosi Prenatale ed Ecografia Ostetrica non è mai esistito e neanche
é stato mai pensato concretamente lo spazio per un sostegno psicologico
ai genitori; insieme all'A.B.C. e con il sostegno dei chirurghi, abbiamo
fortemente voluto costruire questo spazio e cerchiamo continuamente di migliorare
la sua funzione.
La mia presenza durante l'ecografia ha costituito una novità anche per gli
operatori, gli ostetrici e i chirurghi che con grande disponibilità professionale
mi hanno accolto e con una diversificata disponibilità personale mi coinvolgono
in interrogativi relativi ai modi e ai tempi di comunicazione delle diagnosi
ai genitori.
Spesso non bastano gli strumenti professionali per controllare il proprio
coinvolgimento emotivo in queste storie dolorose, allora gli operatori rischiano
di trasmettere le notizie con modi e tempi che risultano inadeguati e che
vengono utilizzati dai genitori come contenuto della loro rabbia e disperazione
in quel momento tanto doloroso. Ad un anno di distanza posso affermare che
è cresciuta l'attenzione nella ricerca del modo di comunicare la diagnosi
e poi di contenere i genitori durante l'indagine ecografica.
Una semplice frase come ad esempio: “Dopo l'ecografia andremo in un'altra
stanza e ci sarà tutto il tempo che vorrete per le domande che vi vengono
in mente” detta dagli operatori, è molto rassicurante per i genitori e abbassa
immediatamente il livello di quell'ansia legata al momento importantissimo
dell'ecografia durante la quale temono di perdere qualche informazione preziosa.
Quando i bambini che devono essere operati alla nascita vengono ricoverati
in neonatologia, accompagno i genitori anche in questo reparto. E' il momento
del “prima” e un “dopo” la nascita, il parto diventa l'evento centrale e
concreto attraverso il quale il bambino pensato, immaginato e desiderato
diventa reale. E' proprio con questo bambino che devono riuscire a relazionarsi,
il bambino reale che i genitori devono riconoscere come il proprio bambino
fino a quel momento soltanto pensato.
Spesso il neonato è in incubatrice e i genitori si sentono inutili e frustrati;
sono in ansia per l'intervento e si affidano alle cure dei neonatologi aspettando
di incontrare i chirurghi. Sembra che trattengano il respiro, sono momenti
pieni d'angoscia fino all'intervento che costituisce un altro “prima” e
“dopo”. Solo “dopo” però cominciano a riconoscere la speranza e il mio lavoro
è quello di aiutare i genitori a mantenerla o cercare il modo per ritrovarla
dentro di loro.
Durante il ricovero sostengo i genitori nella relazione con il loro bambino
affinché si riconoscano una mamma e un papà; accolgo i loro racconti riguardo
gli altri figli lasciati a casa e cerco di smascherare i sensi di colpa
che facilmente si nascondono in queste situazioni di difficoltà.
Ci sono anche bambini che non ce la fanno a sopravvivere e quando muore
un figlio sembra che tutta la speranza sia diventata un'illusione.
Con pochi di loro sono riuscita a lavorare per l'elaborazione del lutto
perché la maggior parte dei genitori non ritorna più, ma tra di loro alcuni
sentono e dimostrano, nonostante la tragedia, di essere riconoscenti al
il reparto e al personale che si è occupato del loro bambino.
In tutto il dipartimento di chirurgia e a volte in rianimazione incontro
i bambini e i ragazzi portatori di grave handicap e i loro genitori che
spesso provengono da diverse regioni d'Italia e a volte dall'estero. Parlando
con loro, ho sempre lo stesso tipo di sensazione che è quella che si ha
di fronte a qualcosa di estremamente delicato; la relazione con il proprio
figlio che ha un handicap grave, dopo tanti anni è tenuta insieme da una
serie di tensioni che a volte rischiano di coprire l'amore della mamma e
del papà. Cerco allora professionalmente, di “inventare” uno spazio di pensiero
per aiutare questi genitori a riconoscere il loro figlio oltre il suo handicap
perché possano ritrovare i sentimenti più teneri che nutrono verso di lui
ma che a volte sono sovrastati dalle necessità di soddisfare i bisogni primari;
mi accorgo allora che sono proprio questi sentimenti nascosti per tanto
tempo che riescono a costituire una spinta vitale per affrontare tanta sofferenza.
E' questo aspetto “delicato” della loro relazione che cerco di cogliere
fin dal primo contatto con le famiglie di questi ragazzi e dopo le loro
dimissioni, resta dentro di me un ricordo concreto e vitale della loro relazione.
Mi ha sempre colpito il modo che ogni mamma ha di tradurre, attraverso lo
sguardo del proprio figlio, un pensiero, un desiderio, una richiesta da
soddisfare nonostante i cavi delle flebo, gli aghi o le bombole di ossigeno;
la loro capacità nel comprendere il figlio resta unica e continua ad esserlo
nonostante la condizione del ricovero costituisca un ostacolo oggettivo.
A volte vado nel reparto di rianimazione per incontrare i bambini appena operati o quelli che purtroppo non riescono a sopravvivere. Questo reparto così come la neonatologia, sembra essere al di fuori dalla realtà e per questo motivo la presenza dello psicologo, a volte serve ad aiutare i genitori a riconoscere e sostenere il momento che stanno vivendo.
Le storie che mi raccontano ogni giorno, sono molto diverse tra loro sia
per il tipo di patologia che per l'età dei bambini ma l'elemento che le
accomuna è il trauma che ogni famiglia si trova a vivere.
Anche la nascita di un bambino sordo costituisce un trauma ed un altro ancora
può essere causato dall'impianto cocleare che permette ai bambini sordi
di entrare nel mondo dei suoni. Questo è il motivo per cui, in collaborazione
con il reparto di otorinolaringoiatria, particolare attenzione viene prestata
ai genitori e i loro bambini con impianto cocleare affinché riescano ad
elaborare il lutto per la nascita di un figlio con un handicap che non viene
cancellato dall'apparecchio impiantato ma che contribuisce a determinare
una nuova condizione che definirei “a intermittenza”, poiché l' apparecchio
viene spento in alcuni momenti della giornata; tutto questo non costituisce
la soluzione al problema come troppo superficialmente si può credere. Per
questi genitori, il processo di perdita del bambino sano che non è mai nato,
sembra che debba essere modificato poiché il loro figlio resta sordo ma
questa condizione in alcuni momenti della giornata viene annullata dalla
possibilità di sentire.
Il rischio che corrono è quello di illudersi di avere un figlio sano e non
riuscire a riconoscere ed aiutare il loro bambino sordo.
Dopo un anno di lavoro in collaborazione con l' A.B.C., la spinta che mi ha portato a creare uno spazio per aiutare i genitori e i loro bambini in un momento difficile della loro vita affinché interventi chirurgici , patologie croniche e invalidanti non costituiscano un trauma e un disagio ulteriore a quello determinato dai fatti della realtà, ha fatto nascere molti interrogativi dentro di me come psicologa. Non voglio cercare risposte definitive ma continuo a trovare, con la collaborazione di tutti gli operatori con cui lavoro, modi, tempi, spazi e attività che possano costituire per alcuni genitori la risposta alle difficoltà del momento; il progetto è in crescita continua quindi i cambiamenti sono previsti ma la finalità resta fermamente la stessa ed è quella di riuscire a prevenire i disagi che possono derivare da una mancata elaborazione del trauma e della perdita di quel bambino che, prima della nascita, ogni genitore tanto desidera.”
Trieste, 12 Dicembre 2006
Rosella Giuliani